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SUMMIT QUARTET (KEN VANDEMARK-LUC EX-MATS GUSTAFSOON-HAMID DRAKE) – Live in Sant’Anna Arresi 2016 Recorded at Sant’Anna Arresi – Disponibile da luglio 2017

Formazione costituita nel 2016 con un progetto originale proprio per il festival 2016, il live che ne deriva viene considerato come  uno dei concerti più entusiasmanti visti in Piazza del Nuraghe. Il Summit Quartet di Gustafsoon, Vandermark, Luc Ex e Drake presenteranno il meraviglioso disco in vinile  nella nuova edizione del festival 2017.

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DAVID S.WARE / MATTHEW SHIPP – Live in Sant’Anna Arresi 2004 Recorded at Sant’Anna Arresi – Disponibile

La frequentazione di David S. Ware e Matthew Shipp è stata scandita dai diciassette anni in cui il pianista era componente del quartetto guidato dal sassofonista, con William Parker al contrabbasso e l’avvicendamento di alcuni pregevoli batteristi. Ma il loro incontro diretto, a due, non è stato frequente in concerto e non li aveva mai portati in sala d’incisione. La registrazione eccellente del duo presentato al festival di Sant’Anna Arresi nel 2004 è dunque un documento prezioso, che già per questa sua eccezionalità merita attenzione.

All’ascolto poi, il documento si rivela un autentico crogiolo di energia creativa: il confronto tra due colossi della musica contemporanea improvvisata produce un lungo, denso flusso musicale di quaranta minuti senza soluzione di continuità (suddiviso nel CD in due tracce) e un bis di pochi minuti nel quale si condensa un dialogo di botta e risposta. Proprio quest’ultimo episodio mette in evidenza il contrasto che alimenta tutta l’esibizione e che è connaturato alla personalità dei due protagonisti.

Se il sax tenore di Ware è mosso come di consueto da una corrente magmatica, si divincola tra accessi dionisiaci, balzi di registro e vibranti contrasti timbrici, la parte di Shipp scaturisce dalla tensione geometrica, intenta a costruire strutture di solidità tridimensionale. Il pianoforte si sofferma spesso su figure con accordi e cluster ribattuti, su blocchi reiterati, che offrono un contrasto e nel contempo un fondale al lavoro del sax. Naturalmente tale ruolo del pianoforte non è costante in tutta la performance, è solo prevalente e marca con forza il contrasto.
A volte, e in modo speciale negli episodi finali del portentoso scorrere denominato “Tao Flow,” assistiamo invece all’incalzare del pianoforte, in successive ondate di energia. In altre occasioni è il tenore che si dilata su una dimensione spirituale, in un diretto richiamo a Coltrane e nello spirito stesso del titolo dato alla musica. In generale, se possiamo azzardare un’immagine che la musica evoca con forza, sembra di vedere le portentose linee di Ware che si avviluppano come radici nodose, contorte, attorno ai suoni solidi, spigolosi e grevi costruiti da Shipp.
In conclusione, è opportuno sottolineare come questo importante documento, impreziosito da una bella foto di copertina di Sylvia Plachy, metta in relazione un’etichetta come la AUM Fidelity, fondamentale per la diffusione della musica improvvisata di matrice afro-americana, e il festival Ai Confini tra Sardegna e Jazz di Sant’Anna Arresi, autentico baluardo per chi apprezzi e voglia ascoltare questa musica nelle sue espressioni più pregnanti.

Giuseppe Segale

Describing David S. Ware as a maverick would be a gimmicky shortcut around the depth of the late saxophonist’s vision. Outside of John Coltrane we have not seen a Ware contemporary with more depth of spirituality, presented in such a visceral way. Similarly, Matthew Shipp employs a type of unimaginable creative mysticism that transcends technique and peer comparisons with an approach and sound that is wholly his own. Live in Sant’Anna Arresi, 2004 showcases two masters—with a long working history—in a rare live duo performance.

For almost twenty years Shipp, bassist William Parker and a succession of drummers (Marc Edwards, Whit Dickey, Susie Ibarra and Guillermo E. Brown), made up Ware’s namesake quartet. Shipp and Ware had performed as a duo only a few times but the Sant’Anna Arresi performance appears to be the only one that was captured for posterity. The sixty year old festival in Sardinia was a fortunate venue to have been recorded and released as the second entry in AUM Fidelity’s David S. Ware Archive Series.

The two-part improvisation “Tao Flow” opens with Ware’s lamenting tenor searching just above Shipp’s circumspect chords. As the first of the two roughly twenty-minute sections ladders in complexity, Shipp mixes chunks of chords with decomposing tonality and melodic passages. Ware gives the saxophone a raw, human-like voice tearing through fearsome explorations of spontaneous ideas. “Tao Flow, Pt. 2” has Shipp playing outside and inside the piano as he and Ware dial down the intensity briefly. Occasionally sharing ideas, often freely expressing individual concepts, the two artists opt out of clearly defining a leadership hierarchy.
With Live in Sant’Anna Arresi, 2004 we have unconstrained improvisation, sensibly executed with neither excess nor self-imposed limitation. Both Ware and Shipp effect knotty, non-linear phrases only to break off in unexpected directions. They will sometimes leave just enough space to contemplate the current before hurtling down another tributary. This is great, adventurous music.

Karl Ackermann – All About Jazz

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DINAMITRI JAZZ FOLKLORE & AMIRA BARAKA – Live in Sant’Anna Arresi 2013 Recorded at Sant’Anna Arresi, 29 Agosto 2013 – Non Disponibile

A due anni dalla sua scomparsa, arriva finalmente l’occasione per riascoltare la voce e le parole di Amiri Baraka nel contesto di una delle sue ultime e più proficue collaborazioni. Ad accogliere e sostenere la parola del grande poeta e attivista afroamericano troviamo il Dinamitri Jazz Folklore al gran completo con Dimitri Grechi Espinoza (sax alto) Emanuele Parrini (violino) Beppe Scardino (sax baritono) Pee Wee Durante (organo) Gabrio Baldacci (chitarra) Andrea Melani (batteria) e Simone Padovani (percussioni). La musica registrata dal vivo al Festival di Sant’Anna Arresi prende forma da un rituale di voce e campane, e lentamente si snoda fra echi d’Africa, blues dolenti, omaggi a Sun Ra e schegge di jazz moderno. La drammaturgia sonora costruita intorno alle parole del poeta si sviluppa in un flusso ad altissima densità. Una combinazione inestricabile di forme poetiche, arrangiamenti e improvvisazioni da cui fiorisce l’intensa narrazione dell’indimenticabile Amiri Baraka.

“Dopo la recente scomparsa di Amiri Baraka abbiamo deciso, con la Rudi Records e il festival di Sant’Anna Arresi, di rendergli omaggio attraverso questa registrazione che testimonia il nostro ultimo concerto insieme nell’edizione 2013 dedicata a Sun Ra. Il nostro breve viaggio in sua compagnia era iniziato nel 2008 grazie alla “Akendengue Suite” nella quale Amiri aveva magnificamente recitato alcuni brani tratti dal suo libro Wise, Why’s, Y’s: The Griot’s Song Djeli Ya dando voce alla nostra musica; una voce profonda e umana come solo un vero “Griot” poteva fare. Abbiamo così avuto modo di conoscere e apprezzare un autentico poeta della cultura afroamericana, un uomo mite e combattivo che attraverso la voce modellava storie sociali che si trasformavano in “Miti” per l’uomo contemporaneo. Da “Afroamericano” aveva preso coscienza che nel jazz il significato simbolico del suono/gesto africano di “ispirazione sovraumana” era stato dimenticato per essere rimpiazzato da uno di “ispirazione umana.” Grazie al libro Il Popolo del Blues, Amiri ci ha fatto conoscere un punto di vista della storia del jazz dall’interno, senza inutili orpelli e considerazioni, una storia essenziale e onesta. Per tutto questo, noi del Dinamitri, gliene saremo sempre grati.”
Dimitri Grechi Espinoza

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Sant’Anna Arresi Quintet –  Filu ‘e Ferru  Recorded at Sant’Anna Arresi, January 2015 – Disponibile

“Live alla ventinovesima edizione della rassegna di Sant’Anna Arresi, Ai Confini tra Sardegna e Jazz, il 2 gennaio 2015, l’album, prontamente prodotto dall’Associazione Culturale Punta Giara, riunisce un’autentica all stars del jazz sperimentale, alle sue più vaste latitudini: c’è l’avanguardia storica europea di Evan Parker, responsabile nominale del quintetto, quella di seconda generazione, neroamericana (Hamid Drake) e a sua volta inglese (John Edwards), e i giovani virgulti Alexander Hawkins e Peter Evans, nuovamente uno britannico e l’altro statunitense. Cosa viene fuori dal loro incontro? Una musica come prevedibile totalmente improvvisata, ma non brada, anzi piuttosto puntualmente strutturata, sempre con fasi più o meno brillanti (l’insidia della discontinuità, che peraltro può anche essere un valore, in questi casi è regolarmente dietro l’angolo) ma con un’idea di fondo che pare abbastanza precisa. Ci sono addirittura momenti quasi post-boppistici (per esempio in “Filu 2”) e più frequenti—nonché logiche, del resto—increspature, fasi più cogitabonde e altre più concitate (senza eccessi, peraltro), coralità e impennate del singolo (su tutti citeremmo la sortita liquidamente tayloriana di Hawkins che illumina “Ferru 5”). Evan Parker si limita al tenore, come fa spesso in tempi recenti, e questa è un po’ una perdita (quella del soprano, intendiamo). Per il resto ognuno fa per intero la sua parte, fino al collettivo, prima arroventato e poi in progressivo décalage, che chiude “Ferru 7″ e con esso il CD”.

Alberto Azzurro

“European free music learned from the American free jazz lesson, but pushed it to its extreme implications and, despite obvious affinities, created its own idiom. In addition to this, Parker was one of the prominent improvisers able to enrich the European approach to free music with a highly individual style. In the second half of the Sixties, the new aesthetic proposals coming from Chicago’s Association for the Advancement of Creative Musicians showed a convergence with some typical directions of European radical improvisation. Over time, more and more connections were built between the American and the European areas of improvisation. Nonetheless, European free music preserved a distinct character. And different attitudes, different “traditions” are also recognizable in the field of European free music: half a century after the birth of European improvisation, Parker still stands on the more radical side of improvisation, and Parker’s decidedly peculiar musical identity is also considered, in America, a classic reference by new generations of improvisers.
But his aesthetical self-confidence has always been for Parker the precondition for all sorts of musical dialogues, the starting point for a multiplicity of musical involvements. Being not only a step in the development of jazz, but a new permanent dimension for new explorations, free improvisation, far from having run its course, has reached today a great level of maturity, and can take advantage of a long sedimentation and sharing of experiences. But at the same time – as the unprecedented Parker’s Sant’Anna Arresi Quintet can witness – the dialectic between improvisers of different generations, backgrounds, sensibilities and more or less organic relationships with the historical examples of radical improvisation, is a factor of renewal and opening of the free music scene, generating fresh combinations and possibilities in the game.
With three different groups, the concerts given by Parker at “Ai confini tra Sardegna e jazz” festival in the first three days of 2015 provided an exciting, up-to-date cross section of his artistry. The first was in quartet, with Parker on tenor sax, trumpeter Peter Evans, double bass player John Edwards, and drummer Louis Moholo. The third in a compact edition of his ElectroAcoustic Ensemble, with Parker on soprano, Evans, Steve Noble (percussion), Walter Prati (computer processing), Marco Vecchi (sound projection), Paul Obermayer and Richard Barrett (live electronics). And, central in the triptych, the Sant’Anna Arresi Quintet, with Evans, pianist Alexander Hawkins, Edwards and drummer Hamid Drake.
Compared to the previous night’s concert and considering that the quartet and the quintet had three members in common, the dramatical contrast of the two great musical situations stood out admirably. One of the basic reasons behind the change was Hamid Drake. Coming from Chicago, in contact in the Seventies with the Association for the Advancement of Creative Musicians, Drake worked for decades with Chicago saxophonist Fred Anderson, with Don Cherry from 1978 till the trumpeter’s death in 1995, and extensively with New York bassist William Parker, as well as in world music groups like the Foday Musa Suso’s Mandingo Griot Society and in reggae bands. With this wide range of experiences and his African-American sensibility, Drake, one of the best jazz drummers today, has a clearly different attitude from that of the radical drummers. His drumming has a strong but never intrusive presence: if not “dancing” as usual, given the musical context, but flexible, propelling, radiant, Drake follows carefully the evolution of interplay but at the same time is also instrumental in shaping music, transmitting to it a great continuity and contributing to its opening. Maybe it’s because of this impulse that Parker is here inclined to fluency and to a marvelously full-bodied sound, more than to other propensities he is a master in.A graduate of the Oberlin Conservatory of Music and long time Parker collaborator in different projects, Peter Evans is a trumpet virtuoso, emblematic of a multitasking attitude of a new generation of musicians: involved in free improvisation as well as in baroque and contemporary music, he is a member of the quartet Mostly Other People Do the Killing, responsible of an hyper-realistic remake of Miles Davis Kind of Blue album.  Sometimes echoing European contemporary music – as for example Stockhausen – his imaginative, often graceful playing offers here some of the most airy episodes, where his trumpet elegantly twirls.The young British pianist Alexander Hawkins is also brilliantly active in many different contexts: a skilled jazz pianist with a classical background and a great sensibility for the historical styles of jazz piano from Earl Hines to Cecil Taylor, and deeply interested in the African-American avant-gardists of the Seventies and their work on composition, he is at ease in the Convergence Quartet with cornet player Taylor Ho Bynum (a regular of Anthony Braxton’s), in duo or quartet with Louis Moholo (hero of the South African jazz diaspora and one of the historical figures of the free music in Europe), in the European  group of Mulatu Astatke (father of the Ethiopian jazz), in the Hammond trio named Decoy (with John Edwards and Steve Noble) as well as leader of his own Ensemble. Rarefied or fierce, lyrical or with paroxysms à la Taylor, but always with a fine touch and expressive dynamics, Hawkins’ piano greatly contributes to give space and depth to the music. John Edwards is free improvisation: for many years regular player with Parker, the British bassist started to play with musicians of the free music scene at the beginning of the Nineties, and since the middle of the decade devoted himself to free improvisation, gathering an enormous amount of concerts and collaborations.But if John Edwards may be considered a synonym of free music, it’s not only for his continuous commitment to improvisation, but also because of his approach in playing bass, typically radical and European. A mighty bassist, with his tremendous drive, his rough touch, his impressive bowing, Edwards is incredibly motivating for a group of improvisers. With a great experience in solo performances, he gives here a strong demonstration of his mastery in a concise solo: first a tense atmosphere, then an authoritative pizzicato, next a mocking bow, and last slaps on the body of the instrument. In every set at the festival Parker showed a different aspect of his identity, a different voice: at the emotional core of the music, his voice is here of vigorous beauty, with a magnificent Coltrane legacy. As if the dense stream of various situations had been a charge of energy that needs to be set free, in the final part some packed and unrestrained moments flow into passages guided by Parker and Evans that look like a bebop frenzy launched in a free music dimension: the classic match sax/trumpet of the Forties, with the hyper-urgency of Parker (Charlie) and Gillespie transposed in a radical tone. Actually the birth of radical improvisation was not a break with jazz experience but with its conservative forms, reconnecting back with its innovative and utopic essence.”

Marcello Lorrai

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Lawrence D. “Butch” Morris  – Possible Universe: Conduction 192 Recorded at Sant’Anna Arresi, August 30 2010 – Disponibile

“Documento eccezionale, o meglio, epocale, questo Possible Universe, dato che rendiconta una delle ultime – se non proprio l’ultima – conduction (la 192esima di 199, come riporta il sottotitolo) tenuta dal jazzista americano il 29 agosto del 2010 in quel di Sant’Anna Arresi, ossia tre anni prima di morire. L’occasione – non era la prima volta, bensì la quarta – era quella di artist in residence al festival “Ai Confini Tra Sardegna E Jazz” che l’associazione Punta Giara organizza con sforzi sovrannaturali e scelte a dir poco encomiabili da un trentennio buono, unendo i deragliamenti free e avanguardisti sia dei grandi vecchi più coraggiosi che dei “giovani” più avventurosi, con una splendida fetta di territorio sardo, ancora incontaminata dal grande turismo di massa. Per quella che si sarebbe poi dimostrata l’ultima conduction registrata di Morris – particolare forma di direzione d’orchestra basata prevalentemente sull’improvvisazione e su una serie di gesti codificati che Morris ha sviluppato dal 1985 in poi – ad accompagnarlo sul palco vi era un ensemble di prim’ordine, tra nomi internazionali (David Murray, sax tenore e clarinetto basso; Evan Parker, sax tenore; Greg Ward, alto sax; Alan Silva, synth, basso, piano; Joe Bowie, trombone; Meg Montgomery, tromba; Jean Paul Bourelly, chitarra; On Ka’a Davis, chitarra; Hamid Drake, batteria; Chad Taylor, batteria, vibrafono; Harrison Bankhead, contrabbasso) e italiani (Silvia Bolognesi, contrabbasso; Tony Cattano, trombone; Pasquale Innarella, alto sax; Riccardo Pittau, tromba), in grado di assecondare le visionarie indicazioni del maestro e porre in essere un concerto (e un disco) di livello altissimo. Ovviamente eterogeneo nel suo fluire “da suite”, Possible Universe apre squarci di interesse su più livelli, in particolare nell’interplay (semi)organizzato che si plasma e modifica in ognuna delle otto parti in cui è rifratto, alternando momenti più notturni (Part One) ad altri orchestrali e aperti, tra stratificazioni sonore e frasi musicali ripetute (Part Four), ad altri ancora in cui passaggi statici si uniscono a parentesi semicircensi, tra revisione dello standard e dilatazione (la conclusiva suite da 12 minuti Part Eight). In definitiva, una testimonianza vivida e accesa di quell’ulteriore “universo possibile” tra i tanti che il jazz più libero e la “conduction” morrisiana riuscivano e riescono a evocare”.

Stefano Pifferi

“With the death of jazzman Lawrence D. “Butch” Morris in 2013, we close the book on one of the most idiosyncratic composers, improvisors, conductors ever to work in creative music. His musical trajectory from a 1970s free jazz cornetist to the originator of his trademark ‘Conductions’ has been the stuff of legends. Under his baton, he turned the instant composing of free music into a sort of unified field theory of music. One that enveloped all the fundamental forces of music (jazz included) into his theory of everything.  His Conductions were immediate improvisations, but as with all great improvisations, there was an inherent structure. One built upon the DNA of the artist. For Butch Morris, his improvisation was an entire ensemble or orchestra. Through signals, gestures, and symbols, he could will an ensemble to create a new, whole composition, live on stage. This macrocosm of music was created from nothing, or, more likely, the decades of experience Morris and his players brought to the performance. This Conduction was a performance in 2010 at the Sant’Anna Arresi Jazz Festival in Sardinia. It was number 192 of a total 199 conductions he created from 1985 until his death. While he has worked with classical ensembles, traditional Korean musicians, dancers, actors and turntable artists, the recordings that were released with jazz musicians always seem to gel more than others. The Sant’Anna Arresi concert had a stellar cast with fifteen musicians. There were the saxophonists, Americans David Murrayand Greg Ward, British Evan Parker, and Italian Pasquale Innarella. Also here are two trombones, Joe Bowie and Tony Cattano, two bass players, the Chicagoan Harrison Bankhead and Italian Silvia Bolognesi, two guitarists Jean-Paul Bourelly and On Ka’a Davis, two all-star drummers Hamid Drake and Chad Taylor, and the single synthesizer of Alan Silva. The music was more ‘musical’ than free jazz and even tread on the philharmonic with Silva painting an orchestral pastiche on “Possible Universe… Part Eight.” Morris was open to myriad musics. He paints gorgeous landscapes with brass fills, soaring crescendos, bubbling new musics, blues fragments, and glimpses of Ellingtonian jazz. “Possible Universe… Part Five” could easily be mistaken for an Oliver Nelson piece. Morris’ Conductions ooze a cogent structure, and he has the soul (call it the DNA) of a composer. His compositions were a duet between him and a room full of musicians”.

Mark Corroto

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Exploding Star Orchestra – Galactic Parables vol.1 Recorded at Sant’Anna Arresi, August 2013 – Disponibile

Quello di Galactic Parables: Volume 1 è uno dei progetti più ambiziosi del “cosmo” (il termine è quanto mai pertinente) di Rob Mazurek. Opera complessa e sfaccettata di argomento fantascientifico (i testi sono del poliedrico Damon Locks dei The Eternals), questo lavoro consente alla Exploding Star Orchestra di dare spazio a tutte le sue pazzesche potenzialità.
È una musica che ha metabolizzato al meglio la lezione di Sun Ra, questa, smussandone alcune ingenuità visionarie e ombreggiando tutto con un immaginario che si nutre delle intuizioni di un Samuel R. Delany o di uno Stanislaw Lem. Ma è tutta la linea di tradizione sperimentale afroamericana, dall’AACM al Miles Davis elettrico, a fornire spunti e materiale per questa complessa architettura sonora, talvolta sfiorando curiosamente -come era già successo in passato a Mazurek -suggestioni jazz-prog europee.
Suddivisa in sei suggestivi quadri che attraversano atmosfere molto differenti che spaziano dalla melodia sorniona e intrigante al tropicalismo afrofuturista, attraversata da voci minacciose e al tempo stesso ipnotiche, Galactic Parables: Volume 1 viene qui presentata -in 2 CD o 3 LP – affiancando la documentazione della prima assoluta a San’Anna Arresi (il fantastico festival sardo ha il merito di avere commissionato quest’opera) alla ripresa chicagoana di qualche mese dopo, splendida occasione per entrare dentro il meccanismo dell’Orchestra, che plasma i materiali ogni volta in modo differente.
Galassie in movimento, cangianti e emozionanti.
Una musica bellissima, anche grazie al contributo dei tanti meravigliosi collaboratori (da Jeff Parker a Nicole Mitchell, passando per gli immancabili compagni Underground, sia di Chicago che di Sao Paulo) di Mazurek. Un affresco da ammirare ogni volta con orecchie nuove, non delude mai
.”

Enrico Bettinello

“In the past twelve-month period, composer, electronic artist and cornet virtuoso Rob Mazurek has lead on a half-dozen or so different releases. For the most part, each has featured different line ups and formations from solo efforts to large ensembles and each has garnered enough superlatives to tax the thesaurus. And yet again, Mazurek has raised the bar with his most impressive, far reaching and unique collection with the astounding Galactic Parables: Volume 1. Backed by the revolving cohort that is the Exploding Star Orchestra, this commissioned suite expands on the concepts that Mazurek began shaping with Matter Anti-Matter: Sixty Three Moons of Jupiter (Rougeart, 2013) 
Released on the heels of an adrenalin-packed 2015 US tour with his São Paulo Underground and Black Cube SP, Galactic Parables: Volume 1 documents live performances at Sardinia’s Sant’Anna Arresi Jazz Festival and a later performance at the Chicago Cultural Center, both from 2013. Inspired in part by the music and overarching themes of Sun Ra and linked to AACM history in Mazurek’s hometown of Chicago, the artist has long painted on a broader canvas, geographically, energetically and spiritually. This double-disc collection (and three LPs in the vinyl version) continues Mazurek’s exploration of dimensions and concepts that defy boundaries and definitions. 
The two live performances presents unique variations of the same five compositions, with “Helmets in Our Poisonous Thoughts #16 / Awaken the World #41” performed as a medley on the Italian disc but broken out at the Chicago performance. Damon Locks provides the text and interpretation of allegories on the spirit world and slavery, bookending Mazurek’s compositions and adding occasional excerpts of Sun Ra’s own verbal expressions. The first disc opens with the twenty-plus minute “Free Agents of Sound” where Locks’ recitation builds in intensity then gives way to Mazurek’s elegiac cornet, opening the door to the larger group. Guitarist Jeff Parker and pianist Angelica Sanchez have stirring solo moments followed by a swirl of instruments and some forceful performances from drummer John Herndon and saxophonist Matthew Bauder. 
Without pause, Locks’ narrative moves onto “Make Way to the City / The Arc of Slavery #72 (Part 1),” his voice electronically manipulated and finally breaking up like an errant satellite transmission. Another very lyrical solo from Sanchez guides the piece as she transitions to something much more resembling a Cecil Taylor abstraction. Mazurek’s cornet growls its introduction but his playing overall is some of his best; pure and piercing tones, with less electronic deployment than on some of his recent work. “The Arc of Slavery #72 (Part 2)” begins like an airborne waltz with a steadiness that underlies the building conflagration. After a particularly stirring reading, the larger ensemble swells to an emotional pitch on “Helmets in Our Poisonous Thoughts #16 / Awaken the World #41” followed by the exotic, electronic Nuevo-calypso of “Collections of Time” which closes the first disc with some beautiful and soulful cornet. 
The second disc excludes São Paulo Underground keyboardist Guilherme Ganado and his trio mate percussionist Mauricio Takara as well as Chicago Underground drummer/percussionist Chad Taylor. In the Chicago set, flautist and long-time Mazurek collaborator Nicole Mitchell adds a distinct turn on these versions of the compositions. Along with Parker’s sometimes lucid, sometimes thrashing guitar, the pieces take on a new dimension while retaining the difficult balance between avant-garde improvisations, rock oriented grooves, electronics, narration and poignant impressionistic scores. 
Galactic Parables: Volume 1 surpasses anything Mazurek has done to date. Pulsing brushes with disarray, intense and stimulating improvisations and gorgeous melodies are combined, broken apart and—in the end—translated to beautifully extended movements. Mazurek and company play in the moment whether in unhurried, probing passages or in unstructured expeditions into alien territory. This is riveting and spontaneous art, restless, moving and rewarding beyond expectation. It offers abundant satisfaction to anyone disposed to accept it on its own standing”.
Karl Ackermann
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Luciano Rossetti –  The Composition of Conduction (Settembre 2015) – Non Disponibile

“Era facile voler bene a Butch Morris. Il suo sorriso accattivante, naturalmente seducente, la sua allegria, la sua gentilezza, l’eleganza nei gesti, nell”eloquio, finanche nel vestire. Era bello vedere, toccare quasi con mano, la sua concentrazione assoluta mentre realizzava una Conduction, la dedizione e l’impegno che metteva nelle prove, che duravano giorni e che finivano per diventare una specie di corpo a corpo tra lui e la macchina orchestra. Non era sempre facile con l’orchestra. Butch chiedeva molto, moltissimo ai musicisti che formavano i suoi ensemble. Voleva che fossero pienamente e magnificamente consapevoli delle proprie possibilità, e le esprimessero, senza risparmiarsi. Talvolta nascevano frizioni o incomprensioni ma il più delle volte potevi leggere nei loro volti la gioia e la soddisfazione del risultato finale. E questo valeva anche per musicisti che da anni vantano una formidabile carriera a proprio nome: da David Murray a Evan Parker, da Cooper Moore a Myra Melford. Qualcuno dice che Butch Morris non ha inventato nulla e che le “improvvisazioni dirette” ci sono sempre state. É vero. É in gran parte vero. Ma quelle di Butch Morris non erano (più) improvvisazioni; era musica che si scriveva nel corso del suo farsi. Era una scrittura simultanea, collettiva, guidata e diretta da uno straordinario compositore in tempo reale. Butch aveva un sorriso largo, ammaliante che poteva oscurarsi facilmente. Come una nuvola oscura per un momento il sole. Era generoso, aperto e riservato al tempo stesso. Non perdeva mai di vista l’altro; era attento a tutto quello che succedeva e faceva attenzione a tutti. Era un solitario che amava stare in compagnia. E forse questa potrebbe essere una definizione per la sua musica.”

Pino Saulo / Radio3 Rai

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Riccardo Lay –  Percorsi Live Recorded at Sant’Anna Arresi 2014 – Non Disponibile

Riccardo Lay, sassarese, nome storico del jazz italiano, contrabbassista e compositore di livello assoluto, è data dalla uscita del suo nuovo CD, “Percorsi-live” (Tronos 2014), registrato dal vivo durante la scorsa edizione del Festival di S. Anna Arresi “Ai confini tra Sardegna e Jazz”. È lo stesso festival sulcitano, uno dei più longevi del panorama italiano, ad aver co-prodotto il disco, che si sviluppa come una lunga suite di un’ora, comprendente alcuni brani già inseriti in album precedenti (“Totem”, “Sintesi” e “Frammenti”) e un inedito, “Tormenti Metropolitani”, che apre l’album. Dunque, il protagonista è il contrabbasso, un compagno di viaggio «fedele ma un po’ ingombrante», come dice Lay, scherzando col pubblico alla fine del concerto. Alternando l’arco al pizzicato, con il discreto uso di una loop-station, l’artista crea suoni a volte grezzi e acidi, ma spesso evocativi; facile, a questo proposito riconoscere richiami alle sonorità della Sardegna, che spesso hanno reso uniche le composizioni del contrabbassista, come il canto a chitarra, le launeddas e il ballo in “Galoppi nella Giara” e “Muttos”, ma anche echi scontati, e forse involontari, come quelli di “Fico d’India”, dove l’uso dell’arco rimanda al suono del morin khoor, lo strumento ad arco degli altopiani mongoli. E infine la voce: fin dai tempi dei Cadmo, Lay ha usato la propria voce come uno strumento aggiunto, creando riff, controcanti o rinforzando con essa le linee del contrabbasso. Uno dei momenti più alti del disco è la riproposizione della “Gobbura”, una canzone tradizionale di questua legata ai repertori tipicamente sassaresi della Festa dell’Epifania, in cui il pizzicato del basso e i versi della canzone danno luogo a una specie di mantra dal fascino assoluto, o nella conclusiva “Muttos”, tratta dal bellissimo disco “Totem” (Splasc’h 1989), vero caposaldo dell’etno jazz italico, dove il riff ricorrente amplifica l’approccio compositivo prettamente melodico del musicista sardo. Nella conversazione, sempre gradevole e condita da aneddoti e spigolature, viene fuori un po’ di storia del jazz italiano, dal periodo degli esordi con i Cadmo, trio apprezzato anche dai cultori del progressive, alle collaborazioni con importanti musicisti quali Don Moye e Pat Metheny, alle incursioni nella world music con Elena Ledda, Argia, etc. E, da sassarese rientrato in patria dopo quarant’anni, Lay confessa anche di aver riscoperto il vernacolo locale, tanto da aver messo su un congruo repertorio di canzoni in dialetto: «Non sono ancora pronte per essere suonate dal vivo, ma prima o poi….».

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Konstrukt & Marshall Allen –  Live at Sant’Anna Arresi Jazz Festival  2014 – Non Disponibile

Konstrukt is a Turkish quartet comprised of saxophonist Korhan Futaci, guitartist Umut Çaglar, bassist Özün Usta, and drummer Korhan Argüden.  Marshall Allen is an alto sax player best known for his work with Sun Ra and his Arkestra, which he now leads.  “Live at Sant’ Anna Arresi Jazz Festival” is their second collaboration, after “Vibrations of the Day,” done two years previously, and it is an excellent live date. 

The Introduction and Ates tracks which open the session recall the Arkestra, with sparse percussion, horns and chimes, that creates a dynamic and slightly menacing atmosphere, like abstract yoruba space music.  It evolves to adding electronics and sax, where Korhan Futaci’s playing floats on top of the percolating percussion, alternating between lyrical and free style playing.  Bass and organ intrude, and the playing becomes more intense, as the music lifts into the stratosphere.  The organ playing does recall Sun Ra’s playing in the 60’s and 70’s.  

Bulut features flute and organ, with percussion exploding after the long duet, propelling the sound, until it fades into an ethereal empty space.  Anakara & Toprak both feature Marshall Allen, and he and Futaci exchange horn interplay while the rhythm section percolate underneath before exploding into a furious group interplay, with organ providing strong accents (similar to Miles Davis’ electric period, minus the funk).  

The tracks with Allen are the strongest because of this hard driving free improv sound.  My only quibble is the sound, which again for a live date sounds like it was recorded in the back of the room, but the music is so strong is almost doesn’t matter.  Konstrukt’s “Live at Sant’ Anna Arresi Jazz Festival” is part tribute to Sun Ra and his Arkestra, part honoring Marshall Allen’s own contributions to music, and part showcasing the group’s own unique sound and skills, which are excellent, and a fine example of how global creative and improvised music is and can be.

Stefan Wood

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Roscoe Mitchell & Nicole Mitchell’s Black Earth Ensemble –  Three Compositions – Live at Sant’Anna Arresi Jazz Festival  2012 – Non Disponibile

On Three Compositions, veteran Chicago saxophonist Roscoe Mitchell’s scores are interpreted by an established grouping with an AACM lineage, namesake flautist Nicole Mitchell‘s Black Earth Ensemble, unlike his previous album of written material, Numbers (Rogue Art, 2011), which featured a varied cast of contemporary players. It makes all the difference. This performance was one of three by the flautist’s band at the 2009 edition of Sardinia’s Sant’ Anna Arresi jazz festival, and is captured here in sparkling clarity. Mitchell’s subtle but richly detailed charts, often involving subsets of musicians, are brought vibrantly into focus by the Black Earth Ensemble, both collectively and as individuals.

The first and third pieces on the album are transcriptions for the 11-strong band of the saxophonist’s Quintet series, providing sequences of scored parts as well as spaces for improvisation which are assigned to specific players. On “Quintet #1 for Eleven,” that manifests as a series of duets interpolated into slow-moving orchestral constructs. In the first, pianist Myra Melford‘s performance is a reminder of her talent for drama and adventure, at first sparring with Greg Ward‘s fluent alto saxophone, but then partaking in a playful dash, before spraying the keys far and wide as the orchestra returns. Later, in another free form duet, violinist Renee’ Baker and cellist Tomeka Reid pitch plucking against bowing, high against low and sustained against staccato, while in the final “interlude” it is initially hard even to ascertain the source of the vocalized yelps, which gradually reveal their sources as David Boykin‘s burnished tenor saxophone and Robert Griffin’s acerbic trumpet.

Harpist Maia takes a prominent role in “Cards for Orchestra,” standing proud from the pointillist outbursts. While Mitchell’s compositional method, which involves giving each musician six cards containing written material which can be played in any order, suggests a recipe for random juxtapositions, in the hands of the Black Earth Ensemble it becomes triumphantly cohesive despite minimal rehearsal time. The leader’s dancing flute and Marcus Evans’ rolling drums briefly pass by as part of the overlapping orchestral textures, but at the heart of the piece lies Mankwe Ndosi’s theatrical recitation of Daniel Moore’s poem “Memoirs of a Dying Parachutist,” a rendition which stands up to repeated listening more successfully than many marriages of text and music.

By way of contrast to the opener, the related “Quintet #9 for Eleven” accentuates the swinging sections, and by doing so plays to one of the band’s strengths. That’s especially the case in the loping vamp which emerges part way through, most notably as the backdrop to Nicole Mitchell’s piccolo which fizzes, swoops and soars, its range expanded by her judicious use of multiphonics. It works as an energizing set-closer, with audible approval from the audience. Kudos should go to the Paris-based Rogue Art label, long a supporter of both Mitchells, for ensuring that this fine music reaches the wider public it deserves.

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Hamid Drake, Kent Kessler, Ken Vandermark –  DKV TRIO – Past present – Live at Sant’Anna Arresi Jazz Festival  2008 – Non Disponibile

Past Present: a partial history of the DKV Trio, 1994 to 2011

“The whole approach of modern artists is in this will to trap, to possess something that constantly slips away.” (Alberto Giacometti)

The DKV Trio formed in the summer of 1994. Our early years of work took place in Chicago at The Bop Shop on West Division Avenue, the Lunar Cabaret on North Lincoln Avenue, and at the original Velvet Lounge, when it was still on South Indiana Avenue. The band’s first album, a limited edition CD recorded by Malachi Ritscher at the Lunar Cabaret and released by Bruno Johnson on his label, Okka Disk, underscored a transformation that was taking place on the Chicago music scene – new groups, new places to play, a new audience, new labels, new media coverage. Over the next several years Hamid Drake, Kent Kessler, and I expanded our Chicago base by touring in the U.S. and performing in Europe. We recorded a number of albums for Okka Disk along the way, three including other artists (“Deep Telling” with Joe Morris, “Double or Nothing” with the AALY Trio, and “Fred Anderson/DKV Trio”), but most of the performances and recordings were made as a trio. We developed our own language during this period, from the mid to late 1990s, one based on an approach to pure improvisation that created spontaneous “song-forms,” self generating structures that were instantly composed. People often asked who wrote the pieces they heard us play, and most often our answer was that the material was created on the spot.
There was a significant exception to the approach that the trio took toward using completely improvised material – we loved the compositions of Don Cherry. Hamid had worked directly with him for many years and I believe the rapport he developed with Cherry’s music had a profound impact on the music of DKV. When the band performed a breakthrough concert in Europe, at the “Music Unlimited” festival in Wels, Austria on November 8th, 1998 our performance started after one in the morning. The music that evening had been pushed back due to the delayed arrival of the Art Ensemble of Chicago. To this day I don’t think I have ever been so tired as I was before the beginning of that set. DKV hit the stage opening up with a melodic line from Don Cherry’s “Complete Communion”. I still don’t know where I channeled my energy from that night – perhaps the incredible rhythm section of Hamid and Kent or the creative flow of Cherry’s music inspired me (probably both) – but the trio’s gig that evening became one of our seminal recordings, half of the “Live in Wels & Chicago, 1998” album on Okka.
The second half of that album indicates the other most significant musical relationship for the band, our connection to the creative force of Fred Anderson. Hamid’s ties to Fred were profound, and the group started performing at Fred Anderson’s Velvet Lounge very early in our career. Those meetings led to the idea of doing a record with Fred, which was recorded at Airwave Studios (also gone) on West Roscoe Avenue in Chicago, just weeks before the live session that turned into the Okka Limited CD mentioned above. In this case all the music was Fred’s. I went down to the Velvet in the afternoons leading up to the recording to practice Fred’s themes with him; the memory of those hours is beautiful for me and remains one of my most significant musical experiences. Throughout the years DKV would ask Fred to join us onstage in Chicago. It was always a pleasure- he invariably had a direct conduit to what is joyful about making music.
At the start of the new millennium the trio started to play less and less often, both in Chicago and abroad. There are several reasons for this but the fundamental cause was logistical – it became impossible to organize tours together because of the increasingly complex schedules involved. Then DKV began to get together occasionally after a new venue for jazz in Chicago, the Hideout, started a series called, “Immediate Sound”; the club remains one of the premier places for improvised music in this city. Speaking personally, these concerts somehow left me dissatisfied. I don’t think that the music was unsuccessful, but for me it seemed like an experience of nostalgia, not one of forward motion. And nostalgia was never something that DKV had been about in the past.
Somehow I feel that the music of Don Cherry was, once again, a creative trigger for the band. We were asked to play at the Sant’Anna Arresi Jazz Festival in Sardinia on August 31st, 2008, during a program that celebrated the music of Don Cherry. From the opening moments of “Brown Rice”, I could feel that something had clicked between Hamid, Kent, and I. The music played itself, the elastic language system we had developed together a decade earlier jumped back and the musical conversation that took place onstage was direct and clear, riveting for the players and listeners who were there. From that point on, it was self-evident that there was a proper reason to continue to play together as a trio. For DKV has a rare chemistry that goes past talent and personnel, beyond our own history together and apart. When we meet that chemistry creates an exhilarating musicality that is joy to explore together.
The recordings in this collection on Not Two Records represent the second phase of the DKV Trio, one that began in Sant’Anna Arresi in late August of 2008 and continues now into the second decade of the current millennium. 

 by Clifford Allen & NYCJR (January 2013)

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Gramsci in concert – Live at Sant’Anna Arresi Jazz Festival  2008 – Non Disponibile

Gramsci è autore di non libri. I suoi scritti-lettere, articoli, documenti, note e appunti, saggi incompiuti sono pezzi di un puzzle che spetta ai soli lettori comporre montare e tradurre. Essi ci toccano come un passato che entra disinvoltamente nel nostro presente. L’esercizio di memoria viva che qui si propone nasce con l’intento di proseguire la loro vita, attraverso voci e suoni ispirati a un pensiero giovanile del maestro “il mondo è veramente grande e terribile, e complicato. Ogni azione che viene scagliata sulla sua complessità sveglia echi inaspettati”. Interpreti del pensiero gramsciniano sono Giorgio Baratta, Clara Murtas, Giancarlo Schiaffini, Adriana Orru.

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Noizland special guest Lewis Barnes – Recorded at Sant’Anna Arresi, 2006 – Non Disponibile

Cd registrato a Sant’Anna Arresi nel 2006 e gruppo vincitore del concorso “Marcello Melis” 2004.

Traccie: 1 Kirie / 2 Nocile / 3 A/R / 4 Carillon / 5 Liberazione / 6 Concert of Brown 

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Hamid Drake / Paolo Angeli – Uotha Recorded at Sant’Anna Arresi, 2004 – Non Disponibile

Questo cd è arrivato in redazione con un po’ di ritardo rispetto alla data della sua pubblicazione ma ciò che conta è che comunque sia arrivato, perché questa è una produzione discografica che merita di essere evidenziata per il valore artistico di cui si fregia. E’ una ripresa dal vivo, nell’ambito dell’edizione 2004 del festival “Ai confini tra Sardegna e Jazz”, di un incontro tra un musicista italiano, Paolo Angeli, estroso chitarrista sardo che imbraccia una chitarra sarda preparata e il percussionista Hamid Drake, uno dei musicisti più interessanti per capacità tecniche e per ampiezza di vedute e di stili che lo hanno portato ad approfondire il ruolo delle percussioni anche all’interno di forme musicale non propriamente jazz.

L‘incontro, datato quattro settembre 2004, è di quelli che lasciano il segno, perché quella sera in Piazza del Nuraghe, in quel di Sant’Anna Arresi, che in queste occasioni sembra trasformarsi in un angolo di New York, i due musicisti hanno intrecciato meravigliosamente la loro arte in otto composizioni in cui hanno racchiuso un’infinità di citazioni musicali. L’amalgama fra i due musicisti è risultato magico e il lessico espresso si colloca nell’ambito di un etno-jazz i cui confini sono molto labili. L’ascolto dell’album affascina non poco per l’atmosfera che i due riescono a creare saltando dall’avanguardia all’etnico, dal jazz alla musica popolare sarda, attraverso l’uso anche della voce in due brani, nella traccia n.4,The many faces Of the Beloved, Drake protagonista, è alle prese con un canto dalle influenze mediterranee mentre Angeli si cimenta sulla sua chitarra sarda usando l’archetto. Di contro nella traccia n.8, Sib & Sob, Angeli si confronta con una canto tradizionale sardo. Ma l’uso delle voci è solo un aspetto, peraltro limitato, di questo album, perché la vastità dei suoni che fluiscono durante l’ascolto è veramente notevole, la chitarra di Angeli è a tutti gli effetti uno strumento inedito dalle tante sfaccettature, una chitarra tradizionale sarda modificata dalla fertile mente del musicista sardo che ha aggiunto una serie di diavolerie che gli consentono di usarla in maniera del tutto personale e di ricavarne, conseguentemente, dei suoni nuovi e impensabili fino a qualche tempo fa.

Hamid Drake è ispirato al meglio dal compagno di scena, la sua arte percussiva racchiude ogni aspetto della cultura musicale legata a questo tipo di strumenti e anche nel suo caso la varietà di ritmi e suoni è immensa. Ecco perché l’approccio a questo cd risulta assolutamente imperdibile malgrado non sia freschissimo di stampa, ma questo poco importa, ciò che invece va sottolineato è il valore in sé di questo performance e l’impegno della giovane etichetta Nu Bop Records di Achille Silipo che ha pubblicato il cd.
Giuseppe Mavilla per Jazzitalia

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Guitto Gargle – Guitto Gargle Recorded at Sant’Anna Arresi, 2005 – Non Disponibile

“Sono veloci, agili, scattanti. Nervosi e frammentati. Vanno al sodo. Rapidi, puntano e mirano. Fanno fuoco. Non c’è spazio per le chiacchere né per i languori d’altri tempi; il dubbio sembra non sfiorarli, grazie al cielo. Hanno voglia di dire, di fare e hanno l’urgenza di dimostrarlo. Non c’è molto tempo da perdere: quello che hanno da farci sentire, devono suonarlo ora.”

Pino Saulo / Radio3 Rai

“Last month, one of the members of this Italian quintet left me with a copy of this disc and again I was knocked by yet another fine Italian modern jazz unit. Although I wasn’t familiar with any of the members, it turns out their bassist Ms. Silvia Bolognesi, has studied with William Parker and has worked with Sabir Mateen. All of the songs on this disc are originals written by members of the quintet. Piero’s “Gallus Dixit” opens with a slightly bent Monkish melody. I dig the way the piano, guitar and sax play around with the theme, completing each other’s lines. On “Gris Collera,” the group play the quirky theme quickly while both the guitar, sax & piano all take inspired, somewhat twisted solos. Silvia’s “L’alieno” has a free yet dreamy vibe with Alberto on haunting electric piano. The beginning of “Luxia” has an punk/funk groove and it is hard-hitting and exciting with some burning sax and guitar over a super tight rhythm team. Every song on this disc draws from a different inspiration and you never know what direction will pop up next – jazz, rock, soundtrack music, Satie, dreamy silk and even some spikes…
Guitarist Simone Schirru likes to alter the sound of his guitar on each song to give the band a different vibe on each piece. The rhythm section is equally impressive, flexible and elastic, constantly changing and reinventing themselves throughout, sometimes laying out to let the other three frontline players do their thing. “Histerica Sed” sounds like Pachora playing one of those difficult start & stop Masada-like songs with a great wailing guitar solo thrown in. “Tigregorilla” even sounds like acoustic Masada when Joey Baron plays with his hands. The final tune has an odd robotic groove with strange bari sax and guitar lines played against a feisty piano solo. It almost sounds as if two songs are being played simultaneously, yet it comes together and then burns furiously. This is certainly one of the best debut discs I’ve heard in a longer while and it is filled with many delightful surprises”.

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Ai Confini tra Sardegna e Jazz 2004 – Dedicadet to Eric Dolphy Recorded at Sant’Anna Arresi, 2004 – Non Disponibile

Cd registrato dal vivo a Sant’Anna Arresi in occasione della XIX edizione del Festival Ai Confini tra Sardegna e Jazz dal 29 agosto al 5 settembre 2004.

brani:

1 – Coltrane on Launeddas: Red Planet / 2 – Tim Berne e Umberto Petrin Duo: Serene / 3 – Nexus: Vertical Invaders # 1 (composed by Tononi) – Jitterburg Waltz (fats Waller) – 245 – Lotsa Potsa / 4 -Matthew Shipp & David S.Ware Duo: Two for Eric / 5 – Eric Dolphy’s Memorial Barbecue: Out to lunch – Out there / 6 – Eric Dolphy: Strength an Unity

 

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Liquori di Cromo – Barbieri – Tuzet Recorded at Sant’Anna Arresi, 1998 – Non Disponibile 

Nel 1912 esce a Monaco di Baviera der blaue reiter (il cavaliere azzurro), almanacco di arte contemporanea, uno degli articoli presenta lo schema secondo cui Alexander Skrjabin associa colore e note musicali, i primi docici brani di questo cd lo ripropongono. Per ricreare lo spirito dell’almanacco che comprende pittura musicale e letteratura, presentiamo in relazione ai brani-colore altrettante immagini, fotografie, perchè allora liquori di cromo? Il liquore, come sostanza fluida, rimanda al sapere chimico, e questo al sapere che storicamente lo precede, l’alchimia. Liquore Mercuri come balsamo delle cose; liquore come essenza. Perchè di Cromo? L’aspetto cromatico è rilevante nei processi di trasformazione della materia, di quella stessa materia definibile in primo luogo a partire dalle essenze-liquori. Liquori di cromo significa dunque ricercare quella trasformazioni, quelle segrete relazioni fra le cose che ci permettono di parlare delle cose stesse? o meglio significa (ri)crearle? l’importanza dei colori nella simbologia alchemica è nota. E’ nota la visione del baudelaire secondo cui le cose si rivelano solo attraverso corrispondenze. Sono note le associazioni di rimbaud, fra vocali e colori, e non è un caso che si usi, qui, la parola nota, essenza della musica. In alcuni brani di questo cd la nota del titolo coincide con la tonalità del brano stesso; in altri è latente; in altri ancora si ricava dalle cadenze che essa tendono. Le note si raccolgono in sale, nodi, accordi, aggregati; la formazione delle essenze, unita alla presenza-assenza delle pause, si riconosce attraverso colori. Le corrispondenze fra note non sono forse i liquori di cromo, essenze e colori, ritmo ed immagine? 

Barbieri-Tuzet

 

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Metro’ – Pressage Recorded at Sant’Anna Arresi, 1987 – Non Disponibile

Cd registrato a Sant’Anna Arresi nel 1987 con i musicisti Tore Mannu, Battista Giordano e Gavino Riva.

Traccie: 1 – Promenade / 2 – Vapore / 3 –  20-19 (To C.B) / 4 – Intr’e Montes / 5 – Presage / 6 – Killer of Camel

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